Perché temiamo un tuono ma restiamo indifferenti al dolore altrui

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C’è qualcosa di paradossale – e in questi giorni, per me, lo è ancora di più – nel modo in cui il nostro cervello reagisce al mondo. Un tuono improvviso ci fa ancora sussultare, come accadeva all’uomo primitivo che temeva il fulmine perché poteva davvero costargli la vita. Eppure, di fronte a immagini di bambini massacrati in una guerra lontana – che così lontana non è –, restiamo quasi indifferenti, come se il dolore degli altri fosse troppo distante per scuoterci davvero.

Perché temiamo più un rumore improvviso che la sofferenza umana?

Cattiveria, diremmo. Indifferenza. Siamo una specie egoista ed egotista, che per questa sua miopia si estinguerà.

In parte, questo è vero. Dacché abbiamo conquistato il fuoco, abbiamo commesso il peccato originale e abbiamo iniziato un percorso verso la dominazione sugli altri animali e verso la distruzione del pianeta e di noi stessi.

Se volessimo interpretarla in modo religioso, diremmo che è il destino di Adamo ed Eva, quello di essere cacciati dall’Eden per aver rubato la mela, o di Prometeo, incatenato per l’eternità per aver osato sfidare gli déi.

Per me, che tendo a fidarmi più della logica che della religione (o della superstizione) si tratta semplicemente di  hybris (in greco ὕβρις) – tracotanza, superbia.

Resta il fatto che, ancora oggi, nonostante l’evoluzione che ci ha portato dove siamo arrivati, il nostro cervello, almeno in parte, è rimasto fermo all’uomo della pietra e ancora si fa governare, e spaventare, dalle sue emozioni.

Le radici evolutive della paura

La risposta sta nelle radici più antiche della nostra specie. Il cervello si è formato in un tempo e in un ambiente ostili, laddove sopravvivere significava riconoscere all’istante segnali di pericolo: un predatore che si avvicina, un rumore improvviso, un temporale minaccioso. Allora, ai tempi cioè dell’uomo primitivo, un tuono – o meglio il fulmine che ne conseguiva – era davvero un pericolo. Ed era necessario per la sopravvivenza della specie che il cervello mandasse segnali opportuni.

L’amigdala, una piccola struttura del sistema limbico, era, ed è ancora, la centrale che gestisce queste reazioni. Non ragiona, non valuta: registra lo stimolo e prepara il corpo a fuggire o difendersi. Se il mondo attorno a noi è cambiato e il fulmine, eccetto che in condizioni particolari, non rappresenta più un rischio per la sopravvivenza per la specie, la nostra reazione istintiva non è rimasta immutata. Per questo un tuono scatena ancora oggi una scarica di adrenalina, anche se siamo al sicuro tra le mura di casa.

Empatia e distanza dal dolore

Molto diverso è il modo in cui reagiamo alla sofferenza altrui. Vedere immagini di guerre, carestie o violenze non attiva i circuiti primitivi della paura, ma quelli più recenti legati all’empatia, situati nella corteccia cingolata anteriore e nell’insula.

Queste aree del cervello elaborano emozioni complesse, ma la loro risposta dipende da fattori culturali e dal senso di appartenenza. Se percepiamo chi soffre come parte del nostro gruppo, l’attivazione è maggiore; se lo vediamo come distante, estraneo o “altro”, la reazione si attenua.

Inoltre, l’esposizione continua a immagini di dolore finisce per produrre assuefazione: lo choc iniziale lascia spazio a un’indifferenza di difesa, come se il cervello si proteggesse da un eccesso di stimoli.

Questo è il motivo per cui una comunicazione che voglia sensibilizzare non può ridursi a mostrare il dolore – spesso anche in modo ripetuto e controproducente –, semmai deve lavorare sul contrasto per dare profondità alle situazioni e creare un insight con chi le osserva. Purtroppo la tendenza a spettacolarizzare il dolore ha finito per sortire l’effetto contrario: per assurdo, spesso, pur desiderandolo, non riusciamo a provare sensazioni fisiche quando vediamo un bambino morire sotto le bombe. Proviamo una compassione “mentale”, certo, ma dobbiamo fare uno sforzo di immedesimazione perché diventi anche fisica.

Noi e gli altri: il confine dell’appartenenza

Ci sono poi ulteriori aspetti, legati al concetto di appartenenza: Il meccanismo per cui oggi non sempre proviamo empatia per chi soffre ha una spiegazione che si basa sulla tendenza a distinguere tra chi appartiene al nostro gruppo e chi ne è escluso.

In psicologia sociale si parla di in-group e out-group, categorie che il cervello costruisce quasi automaticamente. È un retaggio antico: difendere la propria tribù significava aumentare le possibilità di sopravvivenza. Oggi, però, lo stesso schema porta a ridurre, o persino ad annullare, l’empatia verso chi è percepito come diverso per lingua, cultura, religione o nazionalità.

Studi neuroscientifici mostrano che i circuiti dell’empatia si attivano più intensamente se chi soffre è un nostro simile, mentre si spengono — o addirittura si invertono in compiacimento — quando si tratta di un membro dell’out-group. È da questa dinamica che possono nascere ( spesso nascono) razzismo, indifferenza e ostilità sociale.

Quando il cervello orienta la politica

Le differenze nella percezione delle minacce e nella gestione dell’ambiguità non restano confinate alla sfera individuale, ma possono riflettersi anche nelle scelte politiche. Diverse ricerche avrebbero mostrato che chi ha orientamenti conservatori tende ad avere una maggiore attivazione dell’amigdala, l’area che elabora la paura e la risposta ai pericoli.

Al contrario, chi si riconosce in posizioni progressiste mostra una maggiore attivazione della corteccia cingolata anteriore, che aiuta a tollerare l’incertezza e a gestire situazioni complesse. Non si tratta, ovviamente, di un destino scritto nel cervello: predisposizioni sottili possono orientare la sensibilità verso sicurezza o apertura, ma cultura, educazione ed esperienza personale restano determinanti.

Se da un lato la sensibilità alle minacce spinge a privilegiare protezione e ordine, dall’altro circuiti cerebrali orientati all’empatia e alla tolleranza dell’ambiguità favoriscono atteggiamenti più progressisti. Chi riesce a gestire l’incertezza senza percepirla come un pericolo tende a vedere nella diversità un arricchimento, non una minaccia. In termini politici, ciò si traduce in un sostegno maggiore a politiche inclusive, alla difesa dei diritti delle minoranze, a interventi che mirano a ridurre le disuguaglianze. È la stessa predisposizione che permette di superare il confine dell’in-group e di allargare il cerchio dell’appartenenza, fino a riconoscere nell’altro un volto simile al proprio.

Questi meccanismi spiegano anche perché, di fronte a tragedie contemporanee, molti preferiscano rifugiarsi in narrazioni semplificate o complottiste. È più rassicurante credere che esista un disegno nascosto, piuttosto che confrontarsi con l’idea di una violenza sistematica e ingiustificabile. Allo stesso modo, etichettare un intero popolo come “terrorista” riduce la complessità e allevia il disagio di guardare in faccia un genocidio.

Il cervello tende a difendersi dal trauma morale con scorciatoie cognitive: è più facile costruire una barriera narrativa che ammettere la sproporzione tra vittime e carnefici. Ma questa stessa difesa psicologica diventa complicità passiva, perché legittima l’indifferenza e impedisce di prendere posizione di fronte alla sofferenza dei più deboli.

La paura, in fondo, è la chiave. La paura del diverso, dell’ignoto, di chi non appartiene al nostro gruppo rende più semplice immaginare nemici che tendere la mano a costruire amicizie. È un meccanismo antico che la politica conosce bene e sa come sfruttare: ribaltare i ruoli, presentare come minaccia chi è più debole, costruire narrazioni rassicuranti contro l’“invasore”. Per questo messaggi che promettono protezione da un pericolo esterno – reale o inventato – ottengono spesso più consenso di posizioni più concilianti.

La paura mobilita più della solidarietà, e il cervello, sensibile ai richiami ancestrali della minaccia, risponde con un’adesione istintiva. Così può accadere che figure controverse vengano elevate a simboli o a eroi, mentre chi invita alla convivenza e al dialogo resti inascoltato.

Come sfuggire all’inganno della mente: il potere della cultura (e della ribellione)

Se i nostri cervelli portano ancora impressi i segni delle paure ancestrali, non siamo però condannati a restarne prigionieri. La storia dimostra che l’essere umano sa ribellarsi ai propri istinti più primitivi quando riesce a coltivare strumenti più potenti: la cultura, l’educazione, il pensiero critico.

Ribellione significa scendere in piazza, ma anche scegliere ogni giorno di perdere un pezzo dei propri piccoli privilegi, di non cedere alla paura facile, di non farsi anestetizzare dall’indifferenza. Significa esercitare la fatica della complessità, riconoscere l’altro come parte di un noi più ampio, e rifiutare chi alimenta l’odio per trasformarlo in consenso.

È un compito scomodo, ma è forse l’unico che può spezzare l’inganno della mente e riportarci a un’umanità più giusta.

Come mi ha detto una cara amica qualche giorno fa, «non lo faccio più perché credo in un mondo migliore. Lo faccio perché farlo è necessario. Perché altrimenti non potrei più guardarmi allo specchio».

Fonti:

Kanai R, Feilden T, Firth C, Rees G. Political orientations are correlated with brain structure in young adults. Curr Biol. 2011 Apr 26;21(8):677-80. doi: 10.1016/j.cub.2011.03.017. Epub 2011 Apr 7. PMID: 21474316; PMCID: PMC3092984.

Aino Saarinen, Iiro P. Jääskeläinen, Ville Harjunen, Liisa Keltikangas-Järvinen, Inga Jasinskaja-Lahti, Niklas Ravaja, Neural basis of in-group bias and prejudices: A systematic meta-analysis,
Neuroscience & Biobehavioral Reviews, Volume 131, 2021,

Molenberghs Pascal , Louis Winnifred R., Insights From fMRI Studies Into Ingroup Bias, Frontiers in Psychology, Volume 9 – 2018

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By Silvia

Silvia Algerino Copywriter

Dissennatamente amante della vita, scrivo per non piangere, rido perché non posso farne a meno.

Vivo con un marito, due figli e un gatto in una casa ai confini del mondo.

Mi occupo di scrittura: copywriting, SEO, naming e comunicazione aziendale. Non sempre nello stesso ordine.

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