
Negli ultimi mesi mi è capitato più volte di leggere – sui social, in particolare su LinkedIn – post che mettono in guardia contro l’uso del trattino lungo. Pare che sia diventato il nuovo segnale d’allarme per smascherare i testi scritti con l’intelligenza artificiale: “Se c’è quel trattino lungo, il post l’ha scritto ChatGPT”. Lo so, spesso è davvero così.
Tuttavia (ecco un altro segnale di scrittura artificiale – l’uso del “tuttavia”, intendo), il trattino dice molto di chi scrive, senza necessariamente tirare in ballo le AI . È una scelta di ritmo, di respiro, di gusto tipografico. E forse anche di cultura, perché quel segno grafico, che oggi molti considerano artificiale, in realtà, non è solo lecito, ma doveroso. La tradizione anglosassone, dove è di casa da secoli, lo usa molto più naturalmente di quanto facciamo noi: per questo gli LLM, che spesso copiano e riproducono modelli linguistici adeguati, ne fanno largo uso.
Da lì a pensare di bandirlo, ce ne passa. Anzi, ben venga se i nostri amici artificiali l’hanno fatto tornare di moda.
Che cos’è il trattino lungo (o lineetta) e quando si usa
Il trattino lungo — chiamato anche lineetta nella terminologia grammaticale italiana o trattino medio da alcuni linguisti – è un segno di punteggiatura che si distingue da quello breve, che corrisponde al semplice trait d’union, e serve a marcare una pausa più intensa della virgola, ma più morbida e fluida rispetto alle parentesi.
Qui mi interessa soprattutto questa seconda funzione: interrompere il discorso creando uno stacco più marcato di quello offerto dalle virgole, senza necessariamente appartare l’informazione come fanno le parentesi.
Da questo punto di vista, i trattini rappresentano una situazione intermedia. (…)
Queste considerazioni sono però del tutto preliminari perché gli scrittori abili sanno creare una poetica dell’inciso con cui il lettore, procedendo nella lettura, entra in relazione.
Leonardo Luccone, Questione di virgole., p. 190
L’inciso, lo ricordiamo, è una “discontinuità del discorso” (L. Luccone, ibidem): esso interrompe il fluire della frase dando delle informazioni che chiariscono, moderano o completano il pensiero della frase principale.
Nel nostro parlare (e scrivere) comune tendiamo a usare quasi esclusivamente virgole, talvolta le parentesi. Ma le sfumature offerte dalla scelta del segno grafico sono numerose. Non si tratta, quindi, solo di pause né di marcature dell’inciso, quanto della sensibilità dell’autore nel costruire gerarchie delle informazioni e creare ordine nella struttura semantica.
Il trattino lungo non è quindi un segno decorativo, ma un vero strumento di ritmo: permette di controllare la voce, di far respirare il testo. È un modo per suggerire un tempo di lettura, per dare al lettore la sensazione di un pensiero che si apre, esita, poi riprende.
Accanto a lui, però, vive un parente più discreto e pragmatico: il trattino breve (-), quello che unisce invece di separare. Serve per collegare parole o parti di parola, come in italo-francese e tecnico-scientifico, e in questi usi non prevede spazi prima o dopo. È anche il segno che indica la divisione di una parola a fine riga.
In altre parole: il trattino breve costruisce, quello lungo sospende.
Ed è qui che inizia la parte interessante: perché ai due segni che distinguiamo abitualmente nella grammatica italiana corrispondono, nella classificazione tipografica, tre caratteri diversi. E i loro nomi non sempre ci aiutano a capire di quale stiamo parlando.
Trattino breve, medio e lungo: perché i nomi ci confondono
Nella scrittura digitale possiamo scegliere tra trattino breve (-), medio (–) e lungo (—). Sono caratteri diversi, non semplicemente lo stesso segno allungato cambiando font o dimensione.
Il trattino breve è presente nella tastiera del pc – a destra del punto e dei due punti, per intenderci –, mentre invece il trattino medio e lungo si possono ottenere con le scorciatoie da tastiera, digitando rispettivamente ALT+150 e ALT+151.
La distinzione, però, non è nata con i computer: appartiene alla tradizione tipografica. I programmi di scrittura ci permettono di utilizzare questi caratteri anche senza occuparci professionalmente di composizione e stampa.
In inglese hanno tre nomi distinti:
| Segno | Nome inglese | Denominazione italiana |
|---|---|---|
| – | Hyphen | Trattino breve o d’unione |
| – | En dash | Trattino medio |
| — | Em dash | Trattino lungo |
Fin qui sembra tutto semplice. A complicare le cose è il fatto che nelle descrizioni grammaticali italiane “trattino lungo” può indicare genericamente la lineetta, per distinguerla dal trattino d’unione, senza riferirsi necessariamente al carattere più lungo dei tre.
La voce Trattino dell’Enciclopedia dell’Italiano Treccani, per esempio, presenta la “lineetta (o trattino lungo)” usando proprio questo segno: –. Quello che nella distinzione tipografica abbiamo appena chiamato medio.
Ecco spiegato il “lungo (o medio)” del titolo: non perché siano lo stesso carattere, ma perché le denominazioni grammaticali e quelle tipografiche non sempre coincidono.
En dash ed em dash: la distinzione inglese
In inglese la differenza tra en dash ed em dash riguarda anche gli usi.
L’en dash (–) indica soprattutto un intervallo: 1990–2000, per esempio, oppure Monday–Friday. In questi casi mette in relazione due estremi e può sostituire un’espressione come “da… a…”.
L’em dash (—) viene invece usato per delimitare un inciso, interrompere il discorso o introdurre un cambiamento nel pensiero. È il segno che molti associano ai testi prodotti dagli LLM.
Nemmeno nell’editoria di lingua inglese, però, tutte le convenzioni coincidono. Per gli incisi si può trovare anche l’en dash con uno spazio prima e dopo; l’em dash, secondo lo stile adottato, può comparire senza spazi oppure con gli spazi.
Per questo bisogna distinguere le funzioni abituali dei segni dalle scelte di una determinata redazione o casa editrice.
In italiano non troviamo una separazione altrettanto sistematica delle funzioni del medio e del lungo. Le descrizioni grammaticali parlano soprattutto di lineetta: la scelta del carattere con cui rappresentarla dipende anche dalle convenzioni editoriali e tipografiche.
Usare – oppure — per un inciso non significa dunque, di per sé, costruire due incisi grammaticalmente diversi. Conta la convenzione che si segue, e conta mantenerla con coerenza.
Da Sterne a Foscolo: la lineetta nella letteratura italiana
La lineetta non ha aspettato ChatGPT per entrare nei libri italiani.
Treccani ne collega l’introduzione nella nostra letteratura alle traduzioni dall’inglese, a partire dal Viaggio sentimentale di Laurence Sterne, tradotto da Ugo Foscolo tra il 1807 e il 1813. Foscolo ne fa inoltre un uso frequente nell’Ortis, come segno espressivo capace di evidenziare cambiamenti nel discorso e singoli elementi della frase.
Sterne, del resto, aveva già fatto della lineetta un tratto riconoscibile della sua scrittura nel Tristram Shandy. Un segno con cui intervenire sul procedere della narrazione, sulle sue interruzioni e deviazioni.
Non tutti, però, apprezzavano questo entusiasmo.
Il 25 agosto 1820, nello Zibaldone, Leopardi critica l’abbondanza di lineette nella traduzione del Corsaro di Byron. Gli dà fastidio che spezzino continuamente il discorso, arrivando a separare persino il sostantivo dall’aggettivo. Soprattutto, le considera un modo insistente di richiamare l’attenzione del lettore: guarda qui, nota questa espressione, ammira questa immagine.
Una critica che riguarda l’affettazione della scrittura e che, a distanza di due secoli, possiamo ancora comprendere. Anche un segno utile può diventare un tic.
La lineetta serve? Proviamo a toglierla
Per capire che cosa cambia, basta leggere la stessa frase con tre soluzioni diverse:
- Ho riletto il testo, quello che avevo scritto ieri, e ho cambiato il finale.
- Ho riletto il testo (quello che avevo scritto ieri) e ho cambiato il finale.
- Ho riletto il testo – quello che avevo scritto ieri – e ho cambiato il finale.
L’informazione è la stessa. Cambia il modo in cui la presentiamo e, di conseguenza, la sfumatura di pensiero.
Con le virgole, la precisazione resta più vicina al fluire della frase. Con le parentesi, appare più appartata, come un’informazione accessoria. Con le lineette, lo stacco è evidente: la voce si interrompe per precisare qualcosa e poi riprende.
Nell’esempio in esame io avrei scelto proprio le lineette.
Quando ci vuole, ci vuole
Capisco che l’uso ripetuto di certi segni e certe formule possa farci sospettare l’intervento di un’intelligenza artificiale. Succede anche a me.
Tanto più in un caso come questo: l’uso della lineetta, al di fuori del contesto giornalistico ed editoriale, è raro perché spesso a scuola non lo si insegna. Vedere all’improvviso un rifiorire di trattini e lineette induce al sospetto.
Del resto, un testo generato dall’AI può essere grammaticalmente corretto e ben punteggiato. Ciò però non significa che, per timore di essere accusati di pigrizia scrittoria, si debba snaturare il proprio stile, peggio ancora se abbassandone il livello. Dovremmo forse cominciare a inserire errori di ortografia per convincere gli “sgamatori di AI” che abbiamo scritto tutto di nostro pugno? Pare che qualcuno lo stia facendo.
La paura del sospetto non è una buona ragione per rinunciare a uno strumento della scrittura.
Possiamo discutere se in un testo un inciso sia necessario, se il linguaggio sia adeguato e comprensibile, se le informazioni siano pertinenti. Sono domande che riguardano la frase, il suo ritmo e il rapporto con chi legge.
“L’ha scritto ChatGPT?” è un’altra domanda. E il trattino, da solo, non è un indizio sufficiente.
Io, intanto, continuo a usarlo. Quando ci vuole, ci vuole.
