Dubbio n. 33: e se fosse un lieto fine?

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Lo ammetto, non ho mai amato i lieto fine. Non li amo nei film, non li cerco quando leggo un libro. Spesso mi danno la sensazione di qualcosa di troppo zuccheroso.

Avete presente quando mangiate una caramella e vi resta lo zucchero appiccicato ai denti tanto che quasi fa dolore? Ecco, quella roba lì a me non è mai piaciuta.

Non è un caso, dunque, se quando scrivo narrativa non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di terminare con il classico “…e tutti vissero felici e contenti”.

Eppure, arriva un giorno nella vita in cui all’improvviso ci si fanno delle domande e le risposte possono portare a cambiare idea.

Perché i lieto fine funzionano

Il lieto fine è una delle caratteristiche del romanzo rosa. È innegabile che nelle mille sfumature dei romance, che oggi si declinano in numerosi sottogeneri, dal chick-lit all’historical romance fino al fantasy romance, il lieto fine non possa mai mancare.

La storia d’amore si può dipanare nella ambientazioni più diverse ma richiede sempre un happy end prima della parola fine.

Qualsiasi funzione narrativa venga utilizzata, che sia essa superamento della prova, ricongiungimento, ritorno a casa, smascheramento o matrimonio, il lettore si aspetta proprio questo.

La struttura narrativa alla base del romanzo rosa tradizionale è sempre la stessa che si può riconoscere nel poema epico, così come nella fiaba. E il lieto fine è uno degli elementi fissi.

Ciò avviene anche in altri generi letterari: non si può pensare che in un fantasy il Bene non trionfi sul Male. In un certo senso, anche i gialli e i thriller hanno necessità di un finale positivo, almeno per quanto attiene alla risoluzione del caso.

Perché io non amavo i lieto fine

Come dicevo, per tanto tempo non ho amato i lieto fine né quella patina zuccherosa che li avvolge.

Il motivo è molto semplice: la vita reale difficilmente gode di spettacolari risoluzioni in cui tutto torna al suo posto, creando un quadro perfetto.

Nella vita le persone non diventano buone, raramente si redimono e ancora più raramente compiono imprese in nome dell’amore.

Mi è sempre sembrato molto più realistico, per non dire più onesto, raccontare i piccoli grandi difetti, le debolezze, i mezzucci che caratterizzano le persone normali e le differenziano da eroi ed eroine.

Ma quello che desidero io non è necessariamente quello che desidera il lettore.

Il lettore che cerca questo tipo di romanzi non vuole la cruda realtà, semmai vuole sfuggire da essa. Non vuole immedesimarsi con la protagonista tradita e abbandonata, ma vuole vivere, almeno con la fantasia, una storia appassionata che regali qualche momento di serenità e speranza.

E se non corrisponde a ciò che cerco io da un romanzo, non vuole dire che comunque non debba tenerne conto in quello che scrivo.

Perché sto cambiando idea sui lieto fine

Una delle osservazioni che più frequentemente mi viene fatta in relazione al mio romanzo Come se fossimo già madri riguarda il fatto che ho scelto un finale aperto.

Tra le persone che l’hanno letto la percentuale di lettori un po’ delusa dal finale – diciamolo pure – è piuttosto alta. Tutti si aspettavano il lieto fine, che io avevo volutamente scartato proprio perché mi sembrava meno verosimile. Oltretutto, non mi andava che il mio libro fosse considerato un romanzo rosa.

Il finale aperto, invece, mi sembrava una buona soluzione che garantiva ai fan dell’happy end la possibilità di immaginarsi una risoluzione positiva e ai lettori amanti del realismo, come me, di mantenere il discorso in sospeso.

Insomma, la mia scelta alla fine è stata una non-scelta e così, forse, ho scontentato tutti.

A ciascun pubblico il suo finale

Il mio errore parte anche da una valutazione sbagliata: ovvero quella sul pubblico.

A mia parziale discolpa, il fatto che si tratta del mio primo romanzo e che allora non conoscevo ancora il mio pubblico. A tre anni di distanza dalla pubblicazione, ho capito che il mio pubblico è formato prevalentemente da lettrici di romance.

Del resto, è presuntuoso pensare di scegliere il proprio pubblico: è molto più sensato accettare che è la nostra opera ad essere scelta (o non scelta) da un determinato pubblico.

Di conseguenza, ogni strategia narrativa andrà fatta pensando al pubblico che leggerà il nostro libro.

Non si tratta di snaturare il proprio metodo di scrittura, semmai di andare incontro alle esigenze di chi legge, tanto più se abbiamo intenzione di vendere. A meno che la nostra ambizione sia quella di tenere il nostro romanzo nel cassetto, compiacendoci della bontà dell’opera letteraria, produrre un’opera da vendere significa anche fare i conti con il suo destinatario. E in ogni operazione di marketing, in target non può essere messo in secondo piano.

Per questi motivi ho capito di avere sbagliato. E se un giorno finalmente vedrà la luce una mia nuova opera, stavolta terrà conto di queste considerazioni.

E voi, come la pensate? Vi è mai successo di rendervi conto a posteriori di un errore di nella costruzione delle vostre storie?

10 Comments

  • Per mia natura propendo verso un finale positivo, che non è necessariamente il classico lieto fine. Se però vengo avvisata in anticipo che un libro finisce male, al 99% non lo leggo, ecco. Per me una storia raccontata è un’avventura a due, non un’impresa solitaria, quindi non considero affatto squallido tenere conto dei gusti dei lettori, quando non si scontrano con i miei.

    • Hai ragione, in fondo scrittura-lettura stanno in un rapporto ambivalente, in cui uno non può prescindere dall’altra. Per cui tenere conto dei gusti dei lettori ha senza dubbio senso.

  • Silvia ciao, in effetti il problema del finale non è semplice da risolvere. Io da lettore non amo molto il finale aperto perché mi sembra di rimanere in sospeso e di non aver mai chiuso un dato libro. Da scrittrice invece, nel mio primo romanzo ho fatto il contrario di te, ho chiuso il finale per rispondere a un’esigenza dei presunti lettori, l’editor non me lo ha contestato pur avendo io sollevato il problema e devo dire che a tutt’oggi ne stralcerei buona parte dell’ultimo capitolo. Adesso, con occhio più critico, mi accorgo del peso che in alcuni romanzi hanno i finali forzati e il peso del mio mi sembra insostenibile, ma sinceramente non saprei come comportarmi con il prossimo scritto. Altra cosa sono i racconti che spesso non pretendono finali.

    • Ciao, Luisa. Interessante anche questa tuo intervento. Tu dici che ora come ora non sei più soddisfatta del tuo finale, ma, invece, il tuo pubblico come l’ha vissuto? È stato apprezzato o ti hanno fatto notare le stesse cose che già non convincono te? Perché, sai, a volte noi siamo giudici troppo severi oppure, a distanza del tempo, cambiamo e non riscriveremmo più quello che abbiamo scritto.

  • Nei miei racconti non costruisco mai i finali. Ma lo stesso vale anche per i romanzi. Succede qualcosa (per questo di solito si scrivono storie), e si seguono per un po’ i personaggi. Fino a quando? Non è “pericoloso” evitare di pianificare il finale, e navigare a vista? Forse, ma credo anche che sia più interessante. I personaggi sono tipi strani, meglio lasciar loro mano libera 😉

    • Qui apri un altro tema interessantissimo! Sono abbastanza d’accordo con te sul fatto di non pianificare troppo e lasciare andare i personaggi. Arriva però il momento in cui decidere e io, a dirti la verità, sono sempre debole nei finali, sia nei racconti sia nel l’unico romanzo che ho scritto finora. Proprio per questo sto pensando di ascoltare di più il mio pubblico. Forse, però, dovrei ascoltare anche i personaggi. Grazie, mi hai dato un suggerimento molto interessante. 🙂

  • Sai che non ricordo il finale del tuo romanzo? pur avendolo apprezzato molto, credo di avergli dato 5 stelle. In realtà credo che il romanzo esprima il sentimento dell’autore, nel determinato momento in cui lo scrive, quindi bisogna scrivere il finale che si sente. In realtà ogni volta che scrivo una storia seguo quello che sento e, negli anni, il mio sentimento è cambiato, adesso amo il lieto fine perché la vita è già troppo complicata di suo, quindi un romanzo con il lieto fine è sempre auspicabile. Pensa che a sedici anni ho scritto un romanzo rosa dove il protagonista moriva, poi qualche anno dopo l’ho riscritto e, all’improvviso quel finale non mi sembrava più giusto e sai perché? Perchè nel frattempo avevo vissuto e avevo capito che nella vita può esserci un lieto fine a giorni alterni, perché la vita è troppo varia e imprevedibile e, forse, può essere meglio fermarsi, sul finale, sul momento lieto che tanto prima o poi passerà.

    • Penso anch’io che con l’età cambiamo e desideriamo qualcosa di diverso per i nostri protagonisti. Io, per esempio, sono cambiata molto dopo la nascita del mio secondo figlio e ora che sono più avanti negli anni non ho più tanta voglia di storie drammatiche, preferisco farmi una risata. Da ragazza, invece, amavo le storie drammatiche, forse faceva parte dell’adolesceza, chi lo sa.
      Forse è proprio per quello che dovremmo dare più ascolto ai nostri lettori e seguire la direzione che ci indicano. Del resto, vendere è pur sempre un’operazione di marketing e forse è anche giusto dirigersi dove vuole il proprio pubblico.

  • Ciao Silvia, hai fatto una riflessione molto onesta e condivisibile. Non sono d’accordo con te a proposito di lieto fine. La vita e è fatta di tanti lati negativi ma anche di piacevoli scoperte e da inciampi che ci distolgono da una certa strada che credevamo giusta per portarci su un’altra che lo sarà, anche se ci vorrà del tempo. Preferisco raccontare di questo che lasciare il lettore cucinarsi da solo la fine che si attende. In fondo un romanzo è una storia con un capo e una coda nella quale lo scrittore accompagna il lettore per mano, dall’inizio alla fine. Se a un certo punto questa “conduzione” finisce, non pensi che il lettore potrebbe sentirsi in qualche modo disorientato?
    Ho fatto una scelta motivata come la tua per un mio racconto, Sono tornato per restare. Se ti va di leggerlo è pubblicato sul blog con questo titolo. Ho scelto un finale senza lieto fine, troncato appositamente per rendere ancora meglio la cesura che si determina in modo repentino in certe situazioni (non proseguo per non spoilerare). Un mio attento lettore, che non commenta il blog ma che mi legge sempre con attenzione e su cui ripongo la mia fiducia, mi dice in proposito, complimentandosi con il racconto, molto realistico ed empatico: “Mi hai lasciato sospeso il finale”. Ecco, credo che le tue considerazioni e quelle che ho appena portato e che derivano da questa esperienza parlino chiaramente. Un finale ci vuole. Il lieto fine a volte è semplicemente la chiusura di una partita aperta o lo scioglimento di un nodo. Ma la sospensione no, non credo piaccia ai lettori. Che ne pensi?

    • Ciao, Elena, e grazie per il tuo commento molto interessante. Sono d’accordo con te, infatti credo che il mio errore derivi proprio dal fatto di aver scelto quello che piace a me più che quello che piace ai lettori. Personalmente, mi piace quando un romanzo lascia delle porte aperte alla mia fantasia, ma forse è perché amo inventare storie tanto quanto leggerle. È probabile però che la maggior parte dei lettori cerchi altro da una storia, tanto più se il pubblico a cui mi rivolgo è un pubblico da romance. Addirittura, forse avrebbe convinto di più un finale negativo, ma che fosse un finale. Ora come ora sono dell’idea che il finale aperto, se proprio lo si sceglie, debba essere molto ben costruito o avere dietro una strategia, per esempio prevedere una continuazione.
      Leggerò molto volentieri il tuo racconto e poi ti farò sapere cosa ne penso. 😉

By Silvia

Silvia Algerino Copywriter

Dissennatamente amante della vita, scrivo per non piangere, rido perché non posso farne a meno.

Vivo con un marito, due figli e un gatto in una casa ai confini del mondo.

Mi occupo di scrittura: copywriting, SEO, naming e comunicazione aziendale. Non sempre nello stesso ordine.

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